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Dicono di Zac

Rassegna stampa

Acrostico di Bruno Pinzuti Berrino
(18/08/2013)

ZAC… VI SISTEMO!

Sicuro
Tempestivo
Elimino
Frustrazioni
Allontano
Negative
Ombre

Arguto
Melodioso
Bardo
Romanesco
Offro
Strambotti
Irresistibili

 

Il 29 Agosto 2006 sulla scia dello scontro in versi, una “botta e risposta”: a stornello, con altro stornello tra il poeta Anselmo D’Andrea, persona squisita e mente brillantissima, e Stefano Ambrosi.

Comincia Anselmo con lo stornello: L’Aquilone

“Caro” disubbidiente l’anarchìa
Cià sempre da ridì su chi comanna;
devi capì che la democrazia
vòi o nun vòi dev’esse un pò tiranna.
L’aquilone, stacce attento
se ribbella contro er vento:
vola e s’aregge,
p’er filo che lo regola e protegge.

Risposta:

Nun me pòi certo dì disubbidiente
dico sortanto che nun me sfaciola
‘sta smania de coregge “prepotente”
a rischio che la Linfa poi nun vola.
Si l’erori evidenziati
cambiano li connotati,
me spiace tanto
Anarchico ce resto e me ne vanto!

 

Dedicatami dal poeta Domentico Sacco la sua poetica è sempre divertente e accattivante. Acrosticista raffinato in fisarmoniche cartacee.

Né ciuco né mulo
La presa per culo
So cogliere al volo
Mio caro figliolo!
Essendo amicale
Non fa certo male
Ma penso: m’apprezza
Perché la monnezza
Sa bene trattare
E valorizzare
Giacché del rifiuto
Fa un uso avveduto
In versi pensosi
Chi? Stefano Ambrosi!

Domenico Sacco

 

 

 

Il giorno 24 marzo 2011 18:57, Alessandro Valentini ha scritto

Caro Stefano, ho letto attentamente il tuo libro di poesie: “Poesie de scopa” poi l’ho riletto più volte per poter dare un giudizio sincero. Ho trovato all’interno di esso delle cose meravigliose per quanto riguarda i contenuti, ottimi i dettagli delle varie zone di lavoro, molto simpatiche le dediche a colleghi di lavoro, all’1G. Ti immagino con la scopa in mano che ogni tanto ti fermi perché hai avuto l’ispirazione da qualcosa intorno a te che ti porta a legare un lavor difficile al mondo attuale, però a tuo sfavore c’è il fatto che io ti conosco per quello che io ho sentito ultimamente per video su You Tube dove reciti inmaniera egregia, quindi leggendo mi è sembrato di aver conosciuto un fuoriclasse e di aver letto qualcosa di quando ancora non lo eri. Faccio questa premessa perché di seguito ti dedico un sonetto e non vorrei che fosse frainteso. Tu mi hai fatto una dedica bellissima che comincia: “con amicizia e stima”, poi contiunui “ è poca cosa, ma per me è una piccola cosa preziosa… spero ti piaccia come a me è piaciuto il tuo”.
Partendo a questo ti dico che sono onorato di essere considerato tuo amico, che il libro per me è preziosissimo e non è affatto piccolo, è cosa graditissima da tenere tra le cose più belle perché dato da un amico con il cuore. So quanto ci si impegna a fare un libro, quanta passione e amore c’è dentro e quanto si
è previlegiati ad averne una copia, ma proprio perché ti ritengo mio amico mi permetto di farti delle critiche in segno di grande stima, proprio perché ora ti ritengo un fuoriclasse.
So che le poesie non andrebbero spiegate prima ma per evitare di essere frainteso ti dico che cosidero Perrotta e Totti due pedine imprescindibili della Roma dove uno è quello che mette l’anima, il cuore. Che fatica per dare il meglio di sé e facendo così può solo migliorare ed essere apprezzato, l’altro è il genio. L’unico col suo stile, il modo di fare, che lascia il segno anche nelle giornate peggiori, ma sempre come solo lui sa fare. Ho grandissima stima per Perrotta e sono uno dei suoi difensori da sempre. Totti è Totti. Mi aspetto una risposta, per come ti viene, con sincerità come si fa tra amici ma spero che ti arrivi il messaggio che voglio trasmetterti. Poi tiporterò un mio vecchio libricino di poesie fatto per gioco quando scrivevo cose sulla Roma così anche tu potrai dare un tuo giudizio su cose scritte qualche anno prima… mi sembra il minimo.

 

 

 

QUANNO NUN ERI ANCORA UN FORICLASSE
(A ZAC CON STIMA)

Me l’ha donato co amicizia e stima
che me lusinga e quinni, pe rispetto,
te dò un giudizzio vero sur libbretto,
puro si a giudicà nun sò ‘na cima.

Nove a li contenuti, otto a la rima
e a li dettaji p’ogni vicoletto
però si me soffermo e ce rifletto…
adesso nun sei certo come prima.

Ce leggo quarche cosa inturcinata
e si nun sò sincero Iddio me ignotti:
“Stefano Ambrosi è ‘n antra camminata!”

Io spero ch’er giudizzio mio nun scotti!
“Libbro prezzioso scritto da Perrotta
quanno che nun sapeva d’esse Totti”

Alessandro Valentini

Mi sento di ringraziare di cuore il mio amico e poeta Aessandro Valentini, accetto da lui complimenti e critiche come apprezzo moltissimo la sincerità delle sue parole e sono lusingato per l’illustre paragone che vede la mia trasformazione progressiva prima come Perrotta e poi come Totti il furiclasse. Per chi conosce l’abilità della sua poetica, il gran nitore del suo verso, la disponibiltà verso gli altri, la capacità di comunicazione, di arrivare dentro e in versi scardinare o combattere, può capire quale fortuna si possa avere ad essere letti e commentati da lui.
Un poeta è un viziato dal verso, un parolaio a metraggio, un sillabbaro in musica, un auDistico dal verso dIspirato…. e ad un sonetto non può che non rispondere con un altro sonetto, foss’anche caudato.

A lui dedico questa poesia tratta dal libro: “Spifferi”:

Pe’ Alessandro Valentini

Pe’ chi cià bòna lingua e mejo mani,
e Linfa ne la penna più appuntita
che puncica deppiù de li tafàni1
e pò fà rode er chiccherone 2) a vita.

Pe’ chi sà fà li vèrzi pieni sani
’ndo’ er sintimento gioca ’na partita.
che strappa l’ola e ’st’onna bracci-mani 3),
è povesia in treddì 4) mai più smentita.

Pe Lei attacca o fa da difenzore,
è er Capitano che guadambia spazio
poi sotto ar sètte 5) da rifinitore

fa rete co un cucchiaro: 6) estrema razio.
Purga er nimico e si nun cià valore
lo schifa come fosse de la Lazio.

Però nun è mai sazio
(li vèrzi a parte, sempre ‘na primizzia),
d’èsse leale ar bène e all’amicizia.

1 tafàni: insetto tipo zanzara gigante
2 chiccherone: sedere fondoschiena
3 onna bracci-mani: la ola allo stadio
4 treddì: per dire Tre Dimensioni
5 sètte: l’angolo della porta in alto
6 cucchiaro: il classico tiro a campana

 

 

 

Nell’antologia dell’Accademia Romanesca “Semo gente de parole” (prove de poesia ner parlà de noiantri), il presidente Maurizio Marcelli ha messo un vincolo ad ogni partecipante all’antologia. A lui il compito di fare un quadro per ogni Autore che vi parteciperà e a lui il compito di associarlo ad un personaggio storico di Roma.

Stefano Ambrosi
“Ghetanaccio”

Ghetanaccio era un personaggio vissuto nella prima metà dell’800, quando Belli stava scrivendo il suo monumento alla Plebe Romana.
Era un burattinaio, che si costruiva da solo i suoi pupazzi e inventava i suoi personaggi. Girava per Roma col suo casotto di legno e stoffa e si fermava dove riteneva ci fosse la possibilità di raccogliere gente… e basta, perché di soldi ne raccoglieva poco o niente.
A volte, incurante della polizia, si piazzava in posti strategici: solo per farsi sentire da chi non voleva sentire. In quei casi veniva spesso sbattuto in galera: una volta uscito, ricominciava da capo. Un tipo “tosto”.
Ghetanaccio metteva in piazza co arguzia, sarcasmo e vera satira, i popolani di allora; con i loro problemi, le loro speranze, i loro aguzzini…
Lo faceva in maniera chiara, semplice comprensibile da tutti ma con voce profonda. Profonda da arrivare al cuore.
Ecco vi ho descritto Stefano.
Certo lui non va in giro col buratto,però gira in tutti i posti dove si possa fare poesia. Compresi quei locali dove si svolgono pseudo-concorsi immediati, in cui i poeti presenti vengono sbattuti in pasto ad un pubblico di ascoltatori assatanati e mezzo ubriachi, dove chi sopravvive, vince!
Stefano sopporta tutto in nome della sua “voglia di dire” e fa bene!
Vai Ghetanaccio!

Maurizio Marcelli

Ringrazio Maurizio per avermi dato la possibilità e l’occasione di essere presente nell’Antologia, di avermi accostato a Ghetanaccio che trovo azzaccatissimo perché in qualche modo rispecchia la mia indole frenetica-poetica al punto che mi sono permesso di buttare giù qualche sestina romana a tema.

Ghetanaccio

So’ Ghetanaccio e ciò er divertimento
de ciancicà1 a parole chi me pare
ma fra le righe, dietro un comprimento,
pe poi legallo pe buttallo a mare.
“De me la gente penza…” già me trema…
macché, de certo nun è mio er problema.

Santangelo Gaetano Ghetanaccio2
burattinaro pe le piazze a Roma!
Ciò un ber casotto che me fa da soma
sopra le spalle, poi, da quello sbraccio 3
li burattini: voci e movimenti,
pe satire ficcanti e irriverenti.

Co chi ce l’hanno li pupazzi mia?
Ma cor potere e chi lo rappresenta!
Ce stà un Leone4 a spasso pe ’gni Via,
nun se ne pò sparlà ma c’è chi tenta.
E spesso, pe dà solo ’n opignone
finisco er giorno drento ’na priggione.

A Piazza de la Genzola presempio,
baracca e burattini, davo voce,
addosso a Bendetto Santacroce5!
Ma quarchiduno, p’evità lo scempio.
dà l’arto là ar “fine dicitore ”.
L’ordine è scritto der Governatore,

me fa chiamà, la cosa me fa strano,
me parla poi me scrive e – carta canta –
nun vo sentì ammischià sacro e profano
ner tempo de la settimana Santa.
“Ma Santità, così, addio guadagno!
E pe ’sti sette giorni che me magno?”

“Arancete…” arisponne “…e nun rimborzo.”.
Così è rimasto da lunedì Santo
sopra le scale de San Carlo ar Corzo6,
da bussolante7, a smove armeno er pianto:
“Fate la carità a ’sta Compagnìa
ché si nun magna nun pò fà poesia.

Nun ciò parenti, ciò li burattini:
ce parlo, ce lavoro, ce divido.
Inzieme a salì e scenne li gradini,
je posso riccontà…perché me fido.
Nun m’hanno dato mai ’na delusione,
li movo, je dò voce e ’n occasione.

’Na vorta pe la fame m’è successo
d’annà impegnà casotto e burattini
da ’n orzarolo8 (er giusto compromesso
pe chi cià fame nera e vò quattrini.).
Lui schiaffò tutto drento ’na cantina
co la muffaccia ummida e assassina.

“Giudice Sapientissimo osseravate
com’è che m’ha ridotto er capitale
’sto gran puzzone. M’ha mannato a male
le marionette mie che j’ho lassate.
Quinni pe favve bene rènne conto,
ve faccio lesto lesto er resoconto:

La prima donna nun cià più la testa,
Ninetta tiè li tarli ortre a la zella,
pe ’r padre nobbile arzo la protesta
me pare fritto drento ’na padella.
Spero condannerete er birbaccione!”
Je risarcì, dovette, la questione.

So’ stato un personaggio che compare
da la prima metà dell’ottocento,
la libbertà de dì era un bell’affare,
si upriva a gente l’occhi e sentimento.
Movevo a mano burattini storti
pe falli dì su li regnanti e corti.

Così, pe chiacchierà, ve dico c’era
tra chi m’ha bazzicato9, tre cervelli!
Avrebbero segnato a Roma un ’era:
Giroud er Metastasio e appresso er Belli.
Ricco de spirito e scarzo de sòrdo,
richiamo a cui so’ sempre stato sordo.

Stefano Ambrosi

1 ciancicà: masticare sguaiatamente
2 Santangelo Gaetano Ghetanaccio: burattinaio della Roma che fu
3 sbraccio: allungo e muovo le braccia
4 Leone: Papa Leone I
5 Benedetto Santacroce: un rompiscatole dell’epoca maestro di casa Poniatowsky
6 San Carlo ar Corso: Basilica minore a Via del Corso
7 bussolante: mendicante che elemosina con la bussola
8 orzarolo: un venditore di orzo
9 bazzicato: frequentato

 

La poesia “Trilussa in piazza”, inizialmente nata come poesia a “Palloncino” secondo i canoni metrici di Leone Antenone, è stata pregevolmente commentata dal Prof. Claudio Porena: per leggerla clicca su questo link!

http://www.scartaccia.it/index.php/su-trilussa-piazza-di-stefano-ambrosi-zac/

Caro Stefano,
complimenti vivissimi per il tuo sonetto. L’entusiasmo e la passione che senti per la poesia romanesca fanno aumentare ogni giorno di più la stima e l’apprezzamento che tutti noi confratelli e “addetti ai lavori” nutriamo per i tuoi versi. Le tue qualità emergono soprattutto nei componimenti satirici come questo sulla Concordia, nel quale hai dato libero sfogo a quello spirito romano che ti appartiene di diritto.
Un forte abbraccio

Gianni Salaris

A ‘Tino

Nun pòi fà er Capitano de Fregata
si stài a portà ‘na nave da crocera!
Affonni a dritta e tenti a virata
quanno la nave ormai è ‘na groviera.

Ma la patente, dì, chi te l’ha data?
Vojo sperà, (riguardo a la bandiera)
che l’hai comprata a l’Estero, pagata,
pe quanto ‘sta connotta è da galera.

Quer gesucristo enorme sotto costa,
pe fa du’ strombazzate un salutino,
ha preso tra li scojo ‘na batosta.

Potemo concordà che sei un crettino,
e la crocera ar monno l’hai rimposta!
Nun te daranno più manco er pattino!

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