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L’Unesco proclama nel 1999 a Parigi, il 21 marzo, Giornata mondiale della poesia, denunciando la necessità di recuperare il valore sociale della poesia come mezzo efficace per risvegliare le coscienze.
La poesia sociale è sempre esistita ed ha sempre silenziosamente inciso sulla storia della civiltà.
Ma è sempre stata indigesta a chi ne veniva colpito direttamente. Anton Pavlovic Cechov (scrittore russo) diceva: “Non permettere alla lingua di oltrepassare il pensiero” un concetto semplice, fin troppo chiaro, con il quale si sono trovati a interrogarsi tutti i poeti politicamente impegnati e non. Trilussa su questo tema scrisse una delle sue più belle poesie: “Er pensiero”; prima di lui contemplando sempre la pericolosità di quello e come veniva detto in versi, Giuseppe Gioacchino Belli scriveva un sonetto “La curiosità”. E la curiosità aggiunta, è che per sicurezza personale, quando scriveva e sapeva di incorrere in qualche rischio si firmava 996.
Questo perché come diceva Pindaro (poeta greco, 518 -438 a.C.) sulle ODI: le parole vivono più delle imprese.
Quando parliamo di Vernacolo, nello specifico di dialetto Romanesco su quest’ultima parola nasce il primo risentimento.
“Ma Romanesco, saranno li carciofi!…” diciamo che il termine “Romanesco” è stato introdotto da Giuseppe Gioacchino Belli nella introduzione a “I SONETTI ROMENESCHI”, poi i carciofi saranno stati pure “romaneschi” ma li “carciofolari” erano abbruzzesi.
Porfirio Grazioli, illustre studioso del dialetto di Roma e Presidente attuale del Centro Romanesco Trilussa ha affermato che il Romanesco è un vero e proprio linguaggio nato, parlato e scritto a Roma, arrivando a definirlo “La prima lingua Romanza tra gli Idiomi neolatini”. Di certo, questa anima neolatina ha acquisito nuova struttura e si è modificata nel corso del tempo grazie a fattori culturali e politici, interni ed esterni, a dimostrazione del fatto che è linfa viva, vegeta ma sensibilmente attenta e propensa a future trasformazioni.
Per questo il parlare alla romana: “romanice loqui”, varia per influenze familiari e locali ed è assolutamente personale e diverso l’uno dall’altro. Premesso questo il “modus dicendi e scribenti”, per ogni forma adoperata (anche se rispettati i fondamenti, la metrica e i canoni imposti per la comprensione) sarà, per ogni interessato alla lettura o alla diffusione del vernacolo, unico.
Ci sono tantissimi libri in circolazione di metrica e grammatica che spiegano il linguaggio romanesco, mi sento di suggerire “Dar trapezio vocalico al sonetto” Editore Terre Sommerse mentre l’Autore è il Prof. Claudio Porena, poeta e linguista. Oltre che come trattato meritevole di studio, è anche un lodevole e incantevole libro di poesie a sonetti scelti.
Per chi decidesse di avvicinarsi al romanesco sappia che non può farsi mancare un vocabolario Italiano-Romanesco e qualora decidesse di cimentarsi in versi, siano sonetti o altro, deve fornirsi di un rimario.Io adopero e consiglio vivamente il RIMARIO di Beppe Renzi che è stato per lunghi anni Presidente dell’Accademia G.G.Belli. Arrivati a questo punto non vorrei tediarvi con l’elenco di figure retoriche: di suono, di costruzione e di significato, ma proverò a spiegare il mio idioma, in vèrzi romaneschi.

Principio da la PROTESI VOCALE
che viè piazzata come preparola
e da “ricconta” (che così già vale)
diventerà “aricconta” a fà da spola.

L’EPITESI è ‘na vocale aggiunta,
pe renne famijare un inglesismo
Alcol, diventa l’Acole, s’appunta,
e Film, Filme p’ammazzà er turismo.

Lo spostamento interno alla parola:
la METATESI, adesso l’argomento
pijanno a esempio ‘na parola sola:
er “dentro” che diventerà poi “drento”.

Er TRONCAMENTO è un lusso romanesco,
la sillaba soppressa sur finale:
“sono due scemi” esempio pittoresco
diventa “sò du’ scemi” è più frugale.

Poi c’è er DITTONGO che se fa VOCALE
e viè chiamato MONOTTONGAMENTO
da “uomo” a “òmo” in più ‘n accento sale,
in meno l’U, (no certo er gradimento).

L’EPENTESI è la maggiorazione
de ‘na vocale o de ‘na conzonante
ner mezzo a ‘na parola e l’accezzione
è “povesia” l’esempio più lampante.

La SINCOPE ar contrario è la caduta
de una de le due come de sopra:
“presempio” è er giusto esempio che s’addopra
perché cià l’E che viene trattenuta.

L’AFERESI è quasi ‘na parola
perché manca ‘na sillaba all’inizio:
“elemosina” è “’limosina” l’E vola,
e “ ‘mpari” l’I, abbasta come indizio.

Ne le preposizioni articolate
a “ nella ” o “ della ” (ipotizzamo panca)
ner romanesco vengheno staccate
“ne la” o “de la” ‘na èlle je ce manca.

La stessa ugguale DEGERMINAZIONE
viè fatta su le conzonanti interne.
Sò: bi-ra, mala-tìa, qua-trini, zone
che porteno la stessa svestizzione.

Senza scordasse la GERMINAZIONE
de conzonanti interne raddoppiate:
“vizzio, pazziente, subbito, raggione”
e antre che ar parlà sò maggiorate.

E poi nun se pò fà finta de gnente
proprio sur niente che viè straformato
da NI a Gi Enne che diventa gnente
‘na forma tanto in uso ner parlato.

Come lo SCADIMENTO: figlio a fijo
da sbaglio a sbajo e voglio a vojo ancora.
Ma nun finisce qui ‘n antro consijo
da mette in mezzo e nun lassà de fora:

pe er padre romanesco, fijo e fìo,
sò du’ fratelli che vanno d’accordo
o l’uno o l’antro, ognuno amico mio,
seconno come è er vèrzo sale a bordo.

La Elle prima de ‘na conzonante
pe effetto de la ROTICIZZAZIONE
diventa Erre e faccio er paragone:
col cuore che cor còre è più sferzante.

Dove è indove, se riassume -’ndo- .
Pe loggica je manca, (nun ce piove),
n’apostrofo che dietro er -VE- incatena,
però a sentì Ravaro co Porena
stà bene come stà senza fà prove.

Lo “stà” der verbo stare va accentato!
S’è apostrofato avanti, antro contesto
è “ ’sta” ma cambia de significato,
vò dì ch’è: questa come “ ’sto” è questo.

Er “ vò ” che ce vòi fà segna er volere
quinni l’accento è tutto meritato
perché ’sta marcatura te lo impregna
lo carica e je dà significato.

O io, o essi sono, va accentato
è “sò” peccùi così nun ce se sbaja
io e loro sò l’accento va accettato
e chi nun ce lo mette è ‘na canja!

Ugguale sur sapé casca l’accento,
ma no su l’A, su l’E in fonno ar sapé
come che annasse quasi controvento,
(nun è l’accento che trovamo in è).

Stà fermo e bòno nun te stà aggità
che ’sta capoccia tua sta ruinata
ce so tre “ STA ” che fanno ‘na parata
a ognuno er su valore je se dà.

Andare è annà e qui ce punto er dito
ché nun è anna’ ossia apostrofato
perché c’è er verbo ch’è all’infinito
e quanno ch’è così ce và accentato.

L’accento marca poi ‘gni imperativo,
dì, dimme; dà, co damme; và, pòi, stà.
uguale uguale er: “ tiè becchete questa…
perché sinnò che me voresti fà?”

Er ché annisconne dietro un ber perché,
CO e PE sippuro c’è ‘na conzonante
a falli CON e PER, è eliminata
l’apostrofo però è latitante.

Starebbe a dì che lì manca quarcosa
ma vista la frequenza su ‘gni scritto
sai quanti segni o quante purci a josa
faceveno l’ordito fitto fitto.

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